Vigneti ritrovati: i nuovi custodi dei terroir italiani dimenticati
Ci sono luoghi in Italia dove la vigna ha smesso di essere coltivata non per mancanza di qualità, ma per ragioni che poco hanno a che fare con il vino: lo spopolamento dei borghi montani, la durezza di un lavoro che non garantiva reddito sufficiente, la seduzione delle pianure più facili e produttive. Per decenni, pendii terrazzati con fatica da generazioni di contadini sono rimasti incolti, le viti selvatiche a crescere senza guida, la memoria di certi sapori a sbiadire lentamente.
Ma qualcosa sta cambiando. Lungo la dorsale appenninica, sulle isole minori, nelle valli alpine dimenticate, una nuova generazione di viticoltori ha scelto di raccogliere quella testimonianza interrotta. Storie diverse, motivazioni diverse, ma un filo comune: la convinzione che certi terroir meritassero una seconda chance.
La Calabria ritrovata: il Gaglioppo dei pendii dimenticati
Nella Calabria interna, sulle colline che guardano il Marchesato crotonese, il Gaglioppo — vitigno autoctono di antichissima storia — ha rischiato di diventare una curiosità da ampelografia. La pianura, con le sue rese più generose e la logistica più semplice, aveva attirato gran parte della produzione verso standard industriali che poco avevano a che fare con l'espressione autentica di questo territorio.
È in questo contesto che si inserisce la storia di produttori come Sergio Arcuri, che ha scelto di recuperare vecchie vigne ad alberello su suoli argillosi e calcarei, vinificando con approccio artigianale e rigoroso. Il risultato è un Cirò Rosso che ha stupito la critica internazionale per la sua eleganza inaspettata, la sua leggerezza strutturale che ricorda certi Borgogna più che i vini meridionali stereotipati. Una rivelazione che ha riacceso l'interesse verso una denominazione che molti davano per superata.
Il Trentino delle quote alte: dove il freddo diventa risorsa
Sulle Alpi trentine, alcune vigne terrazzate a quote superiori ai seicento metri erano state abbandonate negli anni Sessanta e Settanta, quando la meccanizzazione sembrava la risposta a tutti i problemi del settore. Lavorare quei pendii ripidissimi, irraggiungibili con qualsiasi mezzo motorizzato, non sembrava economicamente sostenibile.
Oggi, paradossalmente, quelle stesse difficoltà sono diventate un valore. Il cambiamento climatico ha reso le quote alte nuovamente interessanti — anzi, spesso necessarie — per preservare freschezza e acidità nelle uve. Giovani viticoltori come quelli che animano la piccola comunità di Faedo o le valli del Cembra hanno riscoperto vigne di Nosiola, Teroldego e Müller Thurgau impiantate decenni fa, recuperandole con lavoro manuale e rispetto assoluto per la struttura originaria dei terrazzamenti.
Il loro vino parla un linguaggio preciso: mineralità pronunciata, tensione acida, lunghezza gustativa che sorprende chi si aspettava semplici vini alpini da consumo quotidiano.
La Sicilia interna: vulcano e zolfo, memoria e futuro
L'Etna ha goduto negli ultimi anni di un'attenzione mediatica straordinaria, diventando forse il terroir italiano più discusso a livello internazionale. Ma la Sicilia nasconde altre storie meno raccontate, altrettanto affascinanti.
Nell'entroterra nisseno e agrigentino, vigne di Nero d'Avola e Frappato allevate ad alberello su suoli argillosi e sabbiosi erano state progressivamente abbandonate a favore di impianti più intensivi lungo la costa. Qui si sono mossi produttori come Arianna Occhipinti — figura simbolo di questa rinascita siciliana — e altri giovani viticoltori che hanno scelto la complessità rispetto alla facilità, il territorio rispetto alla resa.
Occhipinti, in particolare, ha saputo costruire un racconto convincente attorno a vitigni e luoghi che sembravano destinati all'oblio, portando il Frappato di Vittoria a una visibilità internazionale che pochi avrebbero immaginato. La sua storia è esemplare non soltanto come caso di successo commerciale, ma come modello di approccio culturale al vino: la vigna come ecosistema da preservare, non come risorsa da sfruttare.
Liguria verticale: i vigneti eroici della Riviera
La Liguria è forse la regione italiana dove il concetto di vigneto eroico — termine tecnico per indicare le vigne coltivate in condizioni di pendenza e inaccessibilità estreme — trova la sua espressione più drammatica. Le Cinque Terre, con i loro terrazzamenti a picco sul mare, sono l'immagine più nota di questo paesaggio. Ma la Riviera di Ponente nasconde situazioni altrettanto complesse e, per molti anni, altrettanto abbandonate.
Il Pigato e il Vermentino liguri, vitigni di grande personalità aromatica, stavano progressivamente cedendo terreno alla pressione turistica e alla difficoltà oggettiva della coltivazione in pendio. Oggi, grazie a cooperative come Arkezia e a produttori indipendenti che hanno scelto di investire in questi terreni difficili, la Riviera Ligure di Ponente sta vivendo una stagione di rinnovato interesse. Il lavoro è ancora prevalentemente manuale, il costo di produzione rimane elevato, ma il risultato nel bicchiere giustifica ogni fatica.
Cosa accomuna questi risorti
Nel raccontare queste storie, emerge un denominatore comune che va al di là delle singole geografie. Chi ha scelto di recuperare vigneti abbandonati raramente l'ha fatto per convenienza economica immediata: i costi di recupero di vigne incolte, di restauro dei terrazzamenti, di reimpianto o di mantenimento di ceppi vecchissimi sono spesso proibitivi nel breve periodo.
Ciò che muove questi nuovi custodi è qualcosa di più difficile da quantificare: un senso di responsabilità verso un patrimonio che rischiava di scomparire definitivamente, la convinzione che certi sapori non si possano ricreare artificialmente, che certi paesaggi abbiano un valore culturale che trascende il ritorno economico immediato.
Le radici del gusto italiano affondano in terreni spesso dimenticati. Riportarle alla luce è un atto di memoria tanto quanto di agricoltura.