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Sangiovese: il vitigno che cambia volto da Montalcino alla Romagna

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Sangiovese: il vitigno che cambia volto da Montalcino alla Romagna

Esiste un filo rosso che attraversa l'Italia centrale, attraversa colline argillose e suoli calcarei, scende verso il mare e risale verso le colline romagnole: è il Sangiovese, il vitigno più coltivato della penisola, un protagonista assoluto della viticoltura italiana. Eppure, chi si aspetta uniformità di fronte a questo nome si trova di fronte a una sorpresa continua. Il Sangiovese è, per sua natura, un vitigno proteiforme, capace di rispecchiare con fedeltà quasi spirituale il luogo in cui affonda le radici.

Comprendere il Sangiovese significa rinunciare all'idea di un'identità fissa e abbracciare invece la molteplicità. Non un vitigno, ma una famiglia di espressioni. Non una voce, ma un coro.

Le radici di un patrimonio genetico condiviso

La storia ampelografica del Sangiovese è ancora oggetto di studio e, in parte, di dibattito. Le ricerche genetiche hanno confermato che si tratta di un incrocio naturale tra il Ciliegiolo e il Calabrese Montenuovo, due varietà antiche che hanno generato una progenie straordinariamente adattabile. Nel corso dei secoli, le selezioni operate dai vignaioli in ambienti diversi hanno prodotto numerosi biotipi — il Brunello, il Prugnolo Gentile, il Morellino, il Sangiovese Grosso e il Piccolo — ciascuno con caratteristiche morfologiche e organolettiche proprie, pur condividendo lo stesso DNA di partenza.

Questa variabilità clonale è al tempo stesso la forza e la complessità del vitigno: consente espressioni territoriali autentiche, ma rende difficile tracciare confini netti tra ciò che è frutto del suolo, del clone o della mano del produttore.

Brunello di Montalcino: la versione assoluta

Se esiste un luogo in cui il Sangiovese ha raggiunto la sua espressione più austera e longeva, quel luogo è Montalcino. Il Brunello — nome locale del clone utilizzato in questa zona del senese — cresce su un territorio dalla straordinaria varietà pedologica: galestro, alberese, tufo e argille si alternano in un mosaico che i produttori hanno imparato a leggere con precisione millimetrica.

Il Brunello di Montalcino DOCG impone un invecchiamento minimo di cinque anni, di cui almeno due in botte di rovere. Il risultato è un vino di struttura imponente, dai tannini possenti ma eleganti, con un profilo aromatico che evolve nel tempo verso note di tabacco, cuoio, ciliegia matura e spezie orientali. È un vino che richiede pazienza, ma che ripaga chi sa aspettare con una complessità rara.

La riserva, che prevede sei anni di invecchiamento, rappresenta il vertice di questa piramide qualitativa: un vino da meditazione, da collezione, da tramandare.

Chianti Classico: il cuore storico del Sangiovese toscano

Tra Firenze e Siena si estende il territorio del Chianti Classico, la zona storica da cui ha preso il nome l'intera famiglia dei Chianti. Qui il Sangiovese — che deve costituire almeno l'80% del blend — esprime una personalità diversa rispetto a Montalcino: più vivace, più immediata, ma non per questo meno profonda.

La denominazione prevede tre livelli qualitativi: il Chianti Classico, l'Annata e la Gran Selezione, quest'ultima introdotta nel 2014 come vertice assoluto della piramide. I suoli variano sensibilmente da comune a comune — il galestro di Panzano, le argille di Castelnuovo Berardenga, il suolo sassoso di Gaiole — e questa diversità si riflette in vini con caratteri distinti, accomunati da una freschezza acida e da una tannicità che li rende particolarmente adatti alla tavola.

Il Chianti Classico è forse il Sangiovese più versatile: capace di essere goduto giovane con i salumi toscani o di sviluppare complessità con qualche anno di bottiglia.

Morellino di Scansano: il Sangiovese che incontra il mare

Scendendo verso la Maremma grossetana, il Sangiovese cambia nuovamente carattere. Il Morellino di Scansano DOCG nasce in un territorio collinare affacciato sul Tirreno, dove il clima mediterraneo — caldo, asciutto, mitigato dalla brezza marina — plasma un vino più morbido, fruttato e accessibile rispetto alle versioni più continentali.

Il nome "Morellino" deriva probabilmente dal colore scuro degli acini, ma evoca anche quella dolcezza di frutto — ciliegia nera, prugna, macchia mediterranea — che caratterizza questi vini. La vinificazione tende qui a preservare la freschezza aromatica, con affinamenti più brevi e un utilizzo del legno più contenuto. Il risultato è un Sangiovese che sorprende per immediatezza e piacevolezza, senza rinunciare a una precisa identità territoriale.

Sangiovese di Romagna: l'altra faccia della medaglia

Oltre gli Appennini, nelle colline romagnole che si estendono tra Forlì, Cesena, Rimini e Faenza, il Sangiovese assume un'identità ancora diversa. Il Romagna Sangiovese DOC è storicamente associato a vini di pronta beva, destinati alle osterie e alle trattorie locali, spesso vinificati in modo da esaltare la freschezza e la bevibilità. Ma negli ultimi due decenni, una generazione di produttori ha riscoperto il potenziale qualitativo di questo territorio, dimostrando che anche in Romagna il Sangiovese può dare vini di carattere e longevità.

I suoli argillo-calcarei delle colline, combinati con un clima più continentale rispetto alla costa, producono un Sangiovese con una spiccata acidità, tannini vivaci e un profilo aromatico che alterna frutti rossi a note floreali e terrose. La sottozona Predappio, in particolare, sta attirando l'attenzione degli appassionati per la capacità di esprimere vini di grande finezza.

La mano del vignaiolo: l'ultimo elemento della trasformazione

Al di là del territorio e del clone, esiste un terzo elemento che determina il carattere finale di ogni Sangiovese: la scelta del produttore. La durata della macerazione, la tipologia e la dimensione del legno utilizzato, il tempo di affinamento, la decisione di vinificare in purezza o in assemblaggio con altre varietà — ogni scelta lascia un'impronta indelebile nel vino.

Alcuni produttori toscani hanno scelto di utilizzare barriques di rovere francese per ammorbidire i tannini e aggiungere complessità aromatica; altri restano fedeli alle grandi botti di rovere slavone, convinti che solo il legno grande preservi l'identità del vitigno. In Romagna, alcuni vignaioli stanno sperimentando anfore di terracotta per valorizzare la mineralità dei loro terreni. Non esiste una risposta univoca: esiste la diversità, che è la vera ricchezza del Sangiovese.

Un vitigno, un patrimonio da custodire

Il Sangiovese è, in definitiva, uno specchio fedele dell'Italia vinicola: plurale, contraddittoria, inesauribile. Ogni bottiglia è un invito a comprendere un luogo, una storia, una persona. Che si tratti di un Brunello destinato a decenni di evoluzione o di un Morellino da aprire questa sera a tavola, il filo rosso rimane lo stesso: un vitigno antico che continua a raccontare, con voce sempre nuova, le radici più profonde del gusto italiano.

In questo risiede la grandezza del Sangiovese: non nella perfezione di un'unica espressione, ma nella capacità infinita di reinventarsi rimanendo se stesso.

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